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UNA  SPIRITUALITA'  DEL DISCERNIMENTO

(da un incontro di formazione tenuto da sr Paola M.)


Gli Esercizi Spirituali mirano all’incontro dell’anima col suo Signore, perché, nell’incontro, il Signore le riveli la propria volontà, cioè la verità per l’anima in quella determinata situazione.

C’è un punto di partenza fondamentale in questo: nessuno è in grado di dirmi che cosa devo fare, solo il Signore. Di qui il primato assoluto della coscienza, anche secondo l’espressione del Cardinal J. H. Newman: “La coscienza è il primo dei vicari di Cristo.” Ignazio, rispettoso della coscienza fino al sommo, non impone il suo modo di pensare. La sua tattica è di porre Dio con l’esercitante.

A questo proposito, sono interessanti le addizioni degli esercizi: sottolinea che la guida degli Esercizi deve ritirarsi, perché l’esercitante sia col suo Signore. Ciò che fa, è approfondire ciò che si deve fare prima dell’orazione: questo educa e prepara la coscienza. Da questo modo di presentare la realtà, spunta necessariamente un forte senso di responsabilità, conseguenza della necessità dell’uso adeguato della libertà.

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Una libertà amante per una disponibilità crescente.              

In S. Ignazio c’è un riconoscimento assoluto e accettazione della solitudine radicale della persona. Condizione essenziale è una maggior libertà, quella che Ignazio cerca di ottenere esattamente con tutto il cammino degli Esercizi Spirituali e che esprime con l’ “indifferenza”, così come ne parla il Principio e Fondamento. Un senso della relatività di tutto.

Che cosa distingue questa “indifferenza” dall’apatia stoica? Il fatto che è frutto – e non può essere diversamente – non di sforzi della volontà, ma di un cammino di confronto con l’Amore. Solo l’Amore può liberare dalle paure (spesso la vera motivazione delle nostre scelte), nel senso di dare la forza di attraversarle. Solo un Amore che ha vinto la morte può vincere la nostra paura di morire. Solo questo Amore può permettermi un servizio fino in fondo, che richiede il mettere a disposizione la mia vita, ovvia risposta d’amore all’amore di Dio.

La libertà per Ignazio è sempre una libertà chiamata in due direzioni che si richiamano: il servizio dell’aiuto delle anime e la maggiore gloria di Dio.

Passione per Dio, come ineludibile risposta d’amore, che si concretizza nella passione per l’uomo, per la sua crescita, per la sua libertà, per la sua vita.

Una spiritualità del “sentire e gustare” (discernimento degli spiriti). Innanzitutto si tratta di riconoscere i propri sentimenti (cfr. Aut. 6-9, Loyola e Manresa).

Dall’interiorità, minuziosamente analizzata, si passa alla preoccupazione per i confini della terra: la vera attenzione ai moti dell’anima è sempre per rendersi più liberi e consapevoli e quindi aperti per la missione. 
Il “sentire” di Ignazio non è il nostro “sentirsi bene”, ma “lo stesso sentire di Cristo Gesù”, guardare il mondo come Lui, preoccuparsi di esso come se ne è preoccupato Lui, amarlo come Lui ha amato. Una spiritualità così è una spiritualità delle motivazioni piuttosto che del dovere, estrinsecamente inteso: non quello che devo fare, ma quello che sento di essere chiamato a fare per essere in sintonia con l’amore di Cristo, perché questo mi chiede l’amore, cioè questa è la sua volontà, questa è la mia verità.

Un sentire educato progressivamente dalla famigliarità. Come un uomo o una donna “sente” che oggi il suo partner è particolarmente contento, o ha qualcosa di strano o c’è qualcosa che non va, perché la convivenza ha affinato un’intima sensibilità ai comportamenti dell’altro, così la frequentazione di Gesù, della sua vita, delle sue scelte, delle sue modalità d’amore, del suo stile di vivere permette di “sentire” nelle singole situazioni che cosa vi corrisponda o no, che cosa sia dettato da un altro “spirito” (che ha la caratteristica particolare di essere il Divisore).

Negli EE. SS. il “sentire” è associato al “gustare”: cosa che ci spinge a capire e a fare con gioia la volontà di Dio; infatti più sento e provo gusto nell’intraprendere un’azione, più le mie motivazioni si rafforzano.

Ecco una chiusura tipica delle lettere di Ignazio (ad es.: quella al Borgia del 17.09.55): “Finisco pregando Dio Nostro Signore che nella sua infinita e somma bontà voglia darci molto abbondante la sua grazia perché sentiamo la sua santissima volontà e la compiamo interamente”.

Come anche: “Cristo Nostro Signore dia a tutti noi la sua grazia per sentire sempre e compiere la sua santissima volontà” (al P. Marìn. 24.06.56).

Ecco allora l’importanza dell’esame di coscienza come revisione della giornata, delle vibrazioni del cuore: non un esaminare i propri peccati, ma un ringraziare, di fronte al Signore, per i doni ricevuti e, alla luce di essi, rivedere il proprio comportamento verso di Lui e verso gli altri (cfr. i suggerimenti dati da C. M. Martini in diversi suoi libri).

In tal modo siamo in una dimensione di gratitudine nei confronti di Dio. Accrescere nel cuore la capacità di gustare significa crescere nella libertà, perché mi sento amato dal mio Signore. Sapere quel che ho sentito dentro di me oggi mi permette di dirigere meglio la giornata di domani.

Il Magis e il desiderio.

“Magis” sta a significare: “sempre un po’ di più”, sempre un po’ più in là, una disponibilità in continua crescita; non esiste nessun obiettivo che non possa essere superato. Nelle intenzioni, non dobbiamo fissare un limite alla “maggior gloria di Dio”! Un costante desiderio, di conoscerLo di più per amarLo di più.

Il pungolo del desiderio è dono dello Spirito Santo, il quale, nel contempo, ci fornisce anche l’aiuto per vivere quel desiderio che nella spiritualità ignaziana è elemento molto importante.

All’inizio della sua conversione, questo “di più” è concepito da Ignazio come una prestazione quasi sportiva: vuole rivaleggiare con i santi, fare come loro e “più ancora” (Autob. 14). Più tardi la parola esprime piuttosto il moto che lo porta verso Dio.

“Nell’intenzione non ci fissiamo un limite, al fine di aver sempre come obiettivo la maggior gloria di Dio e di aumentare nella carità. L’orizzonte è vasto quanto è vasta la carità. I mezzi sono tanti quanti possano essere utilizzati dall’umile servizio di un semplice prete” (Nadal). Ignazio è il cavaliere delle veglie d’armi, il cavaliere del “Regno”, l’uomo della magnanimità degli EE. SS., l’innamorato che vuole che il fuoco avvampi, che vuole conoscerLo di più per più amaLo e più servirLo: “Ad Maiorem Dei Gloriam”.

È il ruolo eminente del desiderio nella vita di Ignazio “Si proponeva quello che un animo generoso, acceso di Dio, suol desiderare di fare” [Aut. 9].

Dio, scriveva Ignazio a Borgia, va “con una mano portando e presentando tali desideri e con l’altra operando in essi e con essi al suo maggiore onore e gloria”. Nel desiderio Ignazio percepiva una modalità importante di farsi presente di Dio. Non c’è niente di più somigliante allo Spirito che il desiderio…

“desiderando e scegliendo solo ciò che più ci porta al fine per cui siamo stati creati” [E. S. 23].

Nessuna aspirazione alla perfezione, alla totalità, nella consapevolezza che queste cose non ci sono date. Solo l’essere pellegrini, l’andare ancora più in là, sempre irresistibilmente spinti in avanti e sempre in pace.

Mai soddisfatti, sempre in pace, umilmente, come servi inutili (Fil. 3,7-14).


Last Updated on Wednesday, 22 May 2013 13:06